Una nuova era per la teologia del matrimonio - CENTRO FORMAZIONE BETANIA

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Una nuova era per la teologia del matrimonio

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Amoris Laetitia non è un punto d’arrivo ma è un punto di partenza. Il testo, pur ampio e articolato, non intende mettere la parola fine dopo l’intenso lavoro sinodale. Anche «qui vale il principio per cui “il tempo è superiore allo spazio”. Vale a dire, si tratta di generare processi più che dominare spazi» (AL 261). «Il tempo inizia processi e lo spazio li cristallizza». Si tratta quindi di aprirsi a un nuovo sguardo, per attivare processi di riflessione e formazione e favorire un maggior legame tra pratica e grammatica del matrimonio. Affrontando nel Simposio del 23 maggio 2016, dedicato dall’Ufficio Nazionale per la pastorale familiare della Cei all’esortazione papale, i risvolti più strettamente teologici dell’Amoris Laetitia, è emersa una comune condivisione sul fatto che tale esortazione è un invito anzitutto ad una conversione di mente e di vita, oltre che ad un profondo rinnovamento della pastorale familiare e della coppia, nonché un’appassionante provocazione rivolta a chi fa ricerca in campo teologico. I punti fondamentali su cui siamo invitati ad approfondire la riflessione, sono la visione ecclesiologica, sacramentale e la valenza antropologica e culturale dell’annuncio cristiano sul matrimonio e sulla famiglia. La prima novità che affascina e destabilizza è il linguaggio usato da papa Francesco; un linguaggio curvato sulla realtà, realistico e creativo, de-idealizzante e de-ideologizzante. «Nel cristianesimo, d’altra parte, occorre un logos che chiami e attiri eros(...) Amare Dio significa sentire amore, essere sconvolti, emozionati, sentire che ti manca il respiro».
 
Nello stesso tempo nel testo appare subito la necessità di «considerare la situazione attuale delle famiglie, in ordine a tenere i piedi per terra» (AL 6). Il sottotitolo dell’esortazione - «sull’amore nella famiglia» - indica chiaramente il cambio di prospettiva rispetto al passato sollecitato dai padri sinodali: «Abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario» (Cfr. AL 36). Ecco perché occorre un nuovo approccio nella riflessione teologica su famiglia e matrimonio. Un approccio fenomenologico ed esperienziale che implica un’intelligenza dell’amore di coppia e delle verità di fede, non moralistica, astratta o legalistica. L’intento di fondo di Amoris Laetitia è quello di attivare una ricerca teologica nuova, realistica e creativa, che eviti soprattutto il rischio del massimalismo morale, che ha caratterizzato una parte significativa della riflessione teologica. «Il Papa, facendo tesoro, come in tutta l’Esortazione, dei contributi delle assemblee sinodali, dà alla riflessione un duplice andamento. Quello di una “risalita a monte” che approfondisce il tema dell’amore e quello di una “discesa a valle” che descrive le relazioni familiari. (...) Più alla radice, Francesco si china sull’esperienza che ogni uomo e ogni donna compie dell’amore coniugale». L’amore nella famiglia è una realtà talmente complessa e in continuo movimento che per essere illuminata dal messaggio evangelico non basta un approccio moralistico.

Un rinnovamento della riflessione teologica dunque «che consiste nel presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia, così che le persone siano più disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro» (AL 35). Nella comune condivisione che una vita morale non nasce tout court dalla norma, che diverrebbe solo impositiva (Cfr. AL 35), ma che la vita morale sgorghi dall’esperienza di sentirsi amati, cioè accolti, valorizzati, non giudicati (Cfr. AL 305). Sentirsi amati poi spinge il desiderio grato verso il Bene riconosciuto come tale, come Norma di vita. L’Amoris Laetitia non è un capriccio passeggero di un Papa illuminato, ma nasce dall’aver accolto una riflessione di una Chiesa viva, sollecitata da una doppia consultazione di popolo. Nasce anche dalla sensazione condivisa fra i padri sinodali di non aver saputo corrispondere a quel «desiderio di famiglia» (cfr. AL 1) ancora diffuso nelle giovani generazioni.
 
Come già affermava il Segretario Speciale del Sinodo S. Ecc. Mons. Bruno Forte «dove ci si chiude nella sicurezza dei pochi, dove l’amore non libera energie nascoste e non suscita nuovi esodi e nuovi avventi di amore, aprendosi all’avvenire, lì la comunità non esiste e l’amore, se c’è, intristisce e muore». Sinodalità, collegialità, primato: pochi documenti, è stato affermato, raccolgono insieme questi tre elementi. La storia di questo testo non riguarda solo il papa, ma fa parte di un cammino. Un rischio teologico è quello di attendersi nuove norme, o puntuali applicazioni normative, mentre l’esortazione è già sufficiente per avviare un profondo rinnovamento della prassi pastorale. Come ci ricorda Newman, non si conserva la retta fede se non le si permette di svilupparsi e l’esortazione ha proprio questo scopo. «Può certo considerarsi un miracolo intellettuale che John Henry Newman avesse compreso e formulato questa legge di sviluppo della Chiesa nella, attraverso e grazie alla storia, che è sempre, in un Suo misterioso disegno, la storia di Dio».
 
Non a caso è stata sottolineata l’importanza del n.122 dell’esortazione in cui si afferma che: «non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio». Il che non significa negare l’ideale, ma tendervi come al compimento finale. Non sempre il “bene possibile” coincide con la realizzazione più piena dell’ideale (Cfr. AL 303). Il vino nuovo del matrimonio giunge alla fine, non è solo sforzo, è grazia. Nel pellegrinaggio terrestre infatti «nessuna famiglia è una realtà perfetta» (AL 325), perché prima o poi l’altro deve deludere (Cfr. AL 320).

L’AMORE RINASCE DAL PERDONO - L’amore rinasce ogni giorno proprio dal perdono e dal passaggio della coppia ideale alla coppia reale, perciò ogni momentanea separazione può essere davvero un ricominciamento verso la pienezza dell’amore. «Ogni crisi è come un nuovo “sì” che rende possibile che l’amore rinasca rafforzato, trasfigurato, maturato, illuminato» (AL 238). Questo significa una tensione dinamica tra oggettività e soggettività, mai irriducibile. Alle volte sembra che la riflessione teologica si rivolga esclusivamente all’uomo come “animale razionale” e dimentichi una verità, tanto approfondita nelle pagine di Sant’Agostino, e riscoperta nella cultura postmoderna e cioè che l’uomo è anche un animale desiderante. È straordinariamente agostiniana e ispirata all’idea dell’Ordo Amoris tutta la riflessione di papa Bergoglio nella Amoris Laetitia. Come mettere insieme libertà umana e obbedienza ad un comandamento divino? Come l’amore può diventare in famiglia un ordine nel doppio senso di libera disposizione dell’animo e di risposta obbediente ad un comandamento divino? Come possono gli sposi, le coppie, le famiglie ferite, conservare la fiamma dell’amore senza fermarsi alla rigidità della norma e alla minaccia delle sanzioni? Come conciliare l’amore, che nel nostro comune sentire costituisce la forma più elevata di spontaneità, la passione trasgressiva per eccellenza, con un ordine che non nasce da una imposizione autoritaria ma da una profonda conversione? L’esortazione mette in evidenza la deriva pericolosa che la teologia del matrimonio ha spesso rischiato, cioè la tentazione idealista. Il matrimonio cristiano non è un ideale, ma è un segno sacramentale di un amore divino, di Cristo per la sua Chiesa. «Il matrimonio naturale, pertanto, si comprende pienamente alla luce del suo compimento sacramentale: solo fissando lo sguardo su Cristo si conosce fino in fondo la verità sui rapporti umani» (AL 77).

«Oggi è importante anche proporre la dottrina tradizionale della legge naturale in termini che manifestino meglio la dimensione personale ed esistenziale della vita morale». Occorre riconoscere che nel campo della teologia del matrimonio siamo stati abituati ad un discorso deduttivo e non induttivo, in ascolto. La coppia Cristo-Chiesa è analogica, per avvicinare l’ideale al reale. «Incontrando l’amore divino in Cristo, l’uomo non solo apprende che cos’è veramente l’amore, ma apprende pure nel contempo ed irrefutabilmente che egli è peccatore ed egoista, non possiede il vero amore». Occorre dunque avvicinare l’oikonomia all’exusia. Gesù infatti non solo è colui che svela l’uomo all’uomo (Cfr. GS 22), ma è anche colui che svela la verità sulle relazioni umane e perciò sul matrimonio. Il matrimonio cristiano non è un ideale astratto, fuori di noi, ma la verità ultima dei rapporti umani e del matrimonio umano perché sia tale. L’esortazione coglie l’intuizione di San Giovanni Paolo II che al n. 66 di Familiaris Consortio afferma che «la preparazione al matrimonio va vista e attuata come un processo graduale e continuo». In realtà, tutte le stagioni della famiglia, non solo quella nascente, indicano un cammino da attuare. L’unione dell’uomo e della donna è infatti un segno sacramentale che si compie camminando (Cfr. AL 292). Non a caso, l’esortazione si conclude con l’appello «Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare!» (AL 325). Perché la vita è un processo di crescita che va dall’immagine ferita dal peccato alla somiglianza con Dio. Papa Francesco ha voluto accogliere e valorizzare in modo particolare le relazioni finali dei due Sinodi, ordinario e straordinario (Relatio Finalis), senza andare oltre le linee indicate dai padri sinodali. Nell’esortazione le linee generali di Familiaris Consortio (citata 21 volte direttamente e 6 in modo indiretto) sono confermate, sviluppate e illuminate: la visione della persona alla luce dell’amore, l’importanza di una cultura della famiglia, il desiderio di partire dal Vangelo per illuminare la situazione odierna. Il tutto, all’interno di un approccio nuovo che accoglie e non esclude (nessuno può essere condannato per sempre), educa ma non giudica, e lungi da una «cultura del provvisorio» (AL 39), apre alla possibilità di una nuova impostazione e ricerca anche per la teologia morale. E’ chiaro che il Papa non vuole giustificare il peccato, né tanto meno le situazioni di peccato, ma al contrario vuole aiutare l’uomo del nostro tempo a rientrare in sé stesso.
«È compito di ogni uomo conoscere bene verso quale cammino lo attrae il proprio cuore e poi scegliere quello con tutte le sue forze». L’uomo postmoderno ha però decostruito tutto, anche se stesso e avendo decostruito se stesso, ha perso il senso di sé e della sua vita, ed è perciò profondamente ferito. A questo uomo noi dobbiamo rivolgerci, con lui dobbiamo entrare in dialogo perché possa tornare alla vita piena in Gesù; ma per far questo occorre abbandonare le rigidità dottrinali, per riconoscere il primato della persona e la centralità della coscienza che deve essere coinvolta nella prassi della Chiesa (Cfr. AL 303), incoraggiandone la maturazione e accompagnandola ad un discernimento sempre più responsabile (Cfr. AL 303), con misericordia e pazienza lungo le possibili tappe di crescita verso il bene possibile (Cfr. AL 308). Questo accompagnamento delle coppie è particolarmente delicato riguardo ai tempi della fertilità. Infatti, è chiaro che siamo chiamati ad accompagnare gli sposi ad aprirsi alla vita. «Tuttavia, non si deve dimenticare che paternità responsabile non vuol dire procreazione illimitata – come avvertiva San Giovanni Paolo II – quanto piuttosto un uso della libertà saggio e responsabile, che tiene conto delle realtà sociali e demografiche, della situazione e dei propri legittimi desideri». A tal punto che con retta coscienza gli sposi, quando sono stati molto generosi nella trasmissione della vita, possono prendere decisioni riguardo al numero di figli, perché la sessualità umana non deve essere meccanicamente procreativa (Cfr. AL 42), senza per questo cadere in una mentalità contraccettiva e in una progettazione individualistica del dono dell’esistenza (Cfr. AL 82). Nonostante siano quasi passati cinquanta anni, la visione profetica del Beato Paolo VI non è stata colta ancora in pienezza. L’apertura alla vita non può mai significare chiusura dell’intelligenza e richiede di attuare, nella concretezza della propria situazione, una paternità ed una maternità responsabili (Cfr. HV 10). C’è poi da diffondere più che norme sterili una vera cultura del dono di sé. «Si può generare perché si è stati generati. Per mettere al mondo, dobbiamo riconoscere di essere stati messi al mondo. Di venire da qualcuno». Ecco perché occorre che la luce teologica torni a dare ossigeno alla pastorale.

UNA NUOVA ERA PER GLI STUDI TEOLOGICI - Questa considerazione chiama in causa in generale gli studi teologici sulla famiglia e, in particolare, l’esigenza di un più stretto confronto antropologico e morale tra le diverse discipline teologiche, e in particolare tra diritto canonico, teologia fondamentale e teologia dogmatica. Di conseguenza si rivela necessario un approfondimento sia negli studi di teologia del matrimonio che nella teologia sacramentaria, che nella teologia pastorale, ma anche nella teologia dogmatica e nella teologia fondamentale. Sono queste ultime che possono offrire un vero aiuto alla pastorale familiare attraverso la ricomprensione del Vangelo del matrimonio e in particolare di Mt 19, e applicando alla vita matrimoniale le parabole dell’accoglienza, in particolare la parabola del padre misericordioso dell’evangelista Luca al cap. 15. Proprio la dimensione della accoglienza e della misericordia spiega perché la dottrina canonistica non può essere forzata a sostituire l’istruzione teologica della fede rivelata e a definire il più ampio orizzonte della sua elaborazione pastorale. Il vero problema non sono i limiti degli sposi, la fragilità delle coppie, la situazione delle coppie definite irregolari. Il tema vero è come annunciare con un linguaggio e una prassi di misericordia il Vangelo del matrimonio, sapendo che la debolezza e il peccato dell’uomo non possono indurre la Chiesa all’impotenza e alla rassegnazione della perdita dei suoi figli. Qualcuno rischia di interpretare questo cambio di prospettiva come se il Papa avesse cancellato la bontà della legge, mentre lui vuole mostrare che «pienezza della Legge è la carità» (Rom 13,10). Francesco nelle conclusioni del Sinodo, il 24 ottobre 2015, offre una speciale chiave di lettura: «L’esperienza del Sinodo ci ha fatto capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono». Come lui stesso diceva recentemente al Convegno della diocesi di Roma, «questo non significa non essere chiari nella dottrina, ma evitare di cadere in giudizi e atteggiamenti che non assumono la complessità della vita. Il realismo evangelico si sporca le mani perché sa che “grano e zizzania” crescono assieme, e il miglior grano – in questa vita – sarà sempre mescolato con un po’ di zizzania». Noi a volte abbiamo una gran fretta di giudicare, classificare, mettere di qua i buoni, di là i cattivi: il Signore, invece, sa aspettare. Egli guarda nel “campo” della vita di ogni persona con pazienza e misericordia: vede molto meglio di noi le imperfezioni, ma vede anche i germi del bene e attende con fiducia che maturino. È lo sguardo che, nello spirito conciliare, il testo di Ad Gentes chiedeva ai missionari che partivano per terre lontane inesplorate dal Vangelo: oggi quelle terre siamo noi, chiamati a scorgere i «semina Verbi» (cfr. AG 11) nascosti nell’umanità di questo tempo. La mamma sa riconoscere il volto di suo figlio anche quando è sporco di fango. E la Chiesa è una mamma! Occorrono allora i nuovi occhiali che lo Spirito Santo ci sta offrendo per leggere con gioia la post-modernità, superando così lo sgomento e il senso di minorità che ci intristisce. Siamo in grado di riconoscere (Cfr. AL 114) «la luce accesa da Dio che si nasconde dietro l’oscurità, o la brace che arde ancora sotto le ceneri»? Tra logos e nomos, tra kerigma e precettistica, tra misericordia e verità, occorre far prevalere l’economia della mediazione teologica sulla rigidità delle norme e dei giudizi. La Chiesa dunque non si sottrae mai ad accompagnare le persone tradite, abbandonate, ferite, incapaci di porre riparo ai loro fallimenti. La Chiesa sa trovare la strada per riportare alla vita divina della grazia le persone che hanno sperimentato peccati e fallimenti. L’indissolubilità del matrimonio va continuamente annunciata con un linguaggio fresco ed esistenziale, ma non può diventare una prigione o un muro che allontana chi già è lontano dalla perfezione della norma. «Questo significa che la dottrina della Chiesa non è una laguna stagnante, bensì un torrente che scaturisce dalla fonte del Vangelo, nel quale è affluita l’esperienza della fede del popolo di Dio di tutti i secoli. È una tradizione viva che oggi, come altre volte nel corso della storia, è giunta a un punto critico e che, in vista dei “segni dei tempi” (GS 4), esige di essere continuata e approfondita». Le illuminanti parole del Cardinale Kasper ci invitano ad approfondire queste vie di misericordia gettandoci in questo fiume di grazia che è il Vangelo.

«IL FINE UNITIVO È RIMASTO IN OMBRA» (Cfr.AL 36) - Se è vero che la pastorale del vincolo trova copiose interpretazioni teologiche è altrettanto evidente, com’è emerso nello stesso Simposio promosso dall’Ufficio della Pastorale Familiare della CEI a Monteporzio Catone, un vuoto degli studi teologici nel campo della teologia della coppia, in quanto «il fine unitivo è rimasto in ombra» (Cfr. AL 36). Una affermazione in apparenza dura, ma molto autentica che svela un problema e costituisce una vera novità. Forse per la prima volta in un testo del Magistero si mostra una delicata attenzione alla coppia, immagine di Dio, che precede la famiglia, e ne è la condizione di riuscita, (Cfr. AL 11), in quanto, come già accennato, il fine unitivo del matrimonio è rimasto in ombra per troppo tempo, per un accento quasi esclusivo dedicato al tema della procreazione (Cfr. AL 36). La cultura postmoderna ha posto al centro il soggetto e l’idea di coppia come biografia auto progettata. Ma anche la semplice constatazione empirica dell’allungamento delle aspettative di vita ci obbliga a una riflessione profonda. Non dimentichiamo che oggi ci si sposa tra i 35 e 40 anni, per cui la vita procreativa è breve, mentre si è allungato il tempo della vita unitiva. Una coppia passa più anni in una condizione di non fertilità rispetto al passato. Questa “realtà” di fatto apre ricerca e percorsi davvero nuovi per la pastorale del matrimonio per almeno due ragioni. La prima ragione, che rende indispensabile dare maggiore importanza alla dimensione unitiva della vita matrimoniale, sta nel fatto che senza l’unità della coppia non c’è procreazione veramente umana, ma solo funzionale. Lo dimostra in modo drammatico la pratica dell’utero in affitto, in cui la maternità diviene un luogo di sfruttamento della persona umana, sia della donna che del bambino. La seconda ragione, che riguarda la teologia della dimensione unitiva della coppia, può svilupparsi solo poggiando su una profonda “teologia della donna”, che sappia andar oltre questioni di potere, prestigio e competizione tra i sessi, senza per questo allinearsi al politicamente corretto. Al contempo sia in grado di superare stereotipi maschili e femminili patriarcali ormai desueti (Cfr. AL 286) e non si limiti ad un discorso funzionale ma riguardi il modo diverso di pensare della donna. Si tratta piuttosto di riandare alle fonti, al Vangelo, per cogliere e trasferire nell’oggi postmoderno, la visione dei compiti e del compimento dell’essere donna e uomo alla luce di Cristo, nella storia e nella Chiesa. Gesù fin dagli inizi ha proposto modalità totalmente nuove di relazionarsi alle donne, ma la cultura patriarcale in cui la stessa Chiesa era immersa ha impedito che fosse accolta pienamente l’audacia del messaggio evangelico. Diviene dunque un elemento fondamentale la riflessione sulla teologia del maschile e del femminile e in articolare della donna, elaborata dalla Chiesa, proprio in relazione alla futura teologia della coppia. È un segnale importante da cogliere. Prendere sul serio e coltivare l’aspetto unitivo della coppia, attraverso l’accoglienza, l’ascolto, l’accompagnamento, diviene compito fondamentale per la pastorale della coppia e della famiglia.

DIVENTARE CONIUGI CON LE CARATTERISTICHE DI UNA BUONA AMICIZIA - La stessa esortazione apre una pista di ricerca in tal senso dando importanza all’amicizia all’interno della coppia, come affermava già papa Giovanni Paolo II in Amore e responsabilità. «E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza» (Cfr n. 123). E ancora al n.125: “Il matrimonio, inoltre, è un’amicizia che comprende le note proprie della passione, ma sempre orientata verso un’unione via via più stabile e intensa. Perché «non è stato istituito soltanto per la procreazione», ma affinché l’amore reciproco «abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità». Questa peculiare amicizia tra un uomo e una donna acquista un carattere totalizzante che si dà unicamente nell’unione coniugale.


Proprio perché è totalizzante questa unione è anche esclusiva, fedele e aperta alla generazione. Si condivide ogni cosa, compresa la sessualità, sempre nel reciproco rispetto”. E infine al n. 127 dice: «L’amore di amicizia si chiama “carità” quando si coglie e si apprezza “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche». Il fondamento teologico della ricerca che dovrà svilupparsi potrebbe partire dai termini di ’ish e ’isshà di Gen 2,23, il cui significato ebraico varia appunto da sposo, fratello, amante, ad amico. Le stesse parole chiave dell’esortazione “accogliere, accompagnare, discernere, integrare” che sono i capisaldi di una pastorale familiare in uscita, esprimono anche l’accompagnamento alle coppie in quanto coppie, poi famiglie, poi, quando i figli lasciano la famiglia d’origine, di nuovo coppie, nonni e nonne, per tutto l’arco della vita. Le competenze psicologiche, illuminate da un’autentica antropologia cristiana, divengono allora un prezioso ausilio. Il percorso si potrebbe basare su tre criteri: il criterio della valutazione “caso per caso” (evitando il relativismo, ma anche la generalizzazione di una norma astratta incurante dei singoli), il criterio del bene possibile (evitando un perfezionismo irrealista, ma cercando ciò che concretamente è possibile) e il criterio della gradualità (che porta ad accettare stati intermedi, ancora segnati dal disordine, come tappe di avvicinamento alla pienezza del matrimonio).

UN APPROCCIO REALISTA - Papa Francesco sottolinea come per far questo sia necessario anzitutto un approccio realista e non idealizzante. Questo approccio richiede una sana attenzione alla “realtà” perché «le richieste e gli appelli dello Spirito risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia, attraverso i quali la Chiesa può essere guidata ad una intelligenza più profonda dell'inesauribile mistero del matrimonio della famiglia» (AL 31). Occorre infatti, prosegue papa Francesco al n. 32, restando fedeli all’insegnamento di Cristo guardare alla realtà della famiglia oggi in tutta la sua complessità, nelle sue luci e nelle sue ombre, in quanto «il cambiamento antropologico-culturale influenza oggi tutti gli aspetti della vita e richiede un approccio analitico e diversificato» (AL 32). Con questa esortazione Francesco sembra deludere sia chi chiedeva cambiamenti della norma canonica sull’accesso alla comunione, sia chi ribadiva che nulla sarebbe potuto cambiare nella disciplina dei sacramenti, e lo fa appoggiandosi ad un gigante come San Tommaso (Applicatio ad opus) citandolo complessivamente ben 19 volte. La dottrina non cambia, ma va applicata ai singoli casi concreti sempre diversi (Cfr. AL 300). Una svolta nel linguaggio e nell’ approccio personalistico vista nei tre momenti dell’accompagnare, discernere e integrare, è stata espressa in modo unanime dal Simposio di Monteporzio. In particolare, comune è stata la condivisione sull’esigenza di lavorare molto a livello teologico sul linguaggio e sulla stessa esigenza di de-idealizzare la famiglia cristiana. Papa Francesco ci spinge a superare una visione idealistico-spiritualistica della famiglia e del matrimonio. E’ vero, per noi le famiglie non sono liquide, come vorrebbe la cultura postmoderna. Ma non sono neppure statiche, come una certa precettistica ci induce a credere, «perché nessuna famiglia è perfetta. e richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare» (Cfr. AL 325). Perciò: «costruire giorno per giorno con la grazia di Dio, e proprio per questo non si pretende dal coniuge che sia perfetto. Bisogna mettere da parte le illusioni e accettarlo così com’è: incompiuto, chiamato a crescere, in cammino. Quando lo sguardo verso il coniuge è costantemente critico, questo indica che non si è assunto il matrimonio anche come un progetto da edificare insieme, con pazienza, comprensione, tolleranza» (AL 218) rendendosi amabili, senza usare parole che umiliano e svalutano (Cfr. AL 99), ma soprattutto rinunciando ad ogni volontà di dominio sull’altro (Cfr. AL 155). Ed ogni crisi va affrontata anche come opportunità (Cfr. AL 294).

IL PRIMATO DELLA PERSONA SULLA LEGGE - La logica dell’esclusione va superata con la logica dell’accoglienza, la sessualità matrimoniale è dono, non sempre deve essere necessariamente procreativa (Cfr. AL 42), e la dottrina va sempre interpretata nelle situazioni concrete confermando il primato della persona sulla legge, il primato del soggetto sull’oggettività della norma e non sulla norma, il primato dell’unità sul conflitto contro la cultura della separazione, perché grano e zizzania convivono insieme. Oggi alla Chiesa è chiesto un grande impegno di accoglienza e di accompagnamento delle coppie ferite, ma al tempo stesso una rivoluzione del linguaggio che superi gli angusti schemi del lessico precettistico e sia capace di dialogare con la cultura postmoderna, rendendo ragione in modo efficace e fondato della bellezza del matrimonio cristiano. Il linguaggio ci mette in crisi: la teologia è chiamata al realismo dell’esperienza. La gioia infatti è frutto dell’amore come esperienza. Evangelii gaudium e Amoris Laetitia vanno lette insieme e ci chiedono una profonda conversione, frutto dello Spirito Santo che può cambiare il nostro linguaggio. La coscienza personale spesso è erronea e occorre aiutarci nella pedagogia comunitaria, in una dimensione contemplativa, tutta da riscoprire. Il tempo deve essere superiore al tempio. La vita delle famiglie è fuori dal tempio. Nel linguaggio dobbiamo cogliere qualcosa di più profondo. Si tratta di sfide di grande portata non solo per il rinnovamento della pastorale familiare, ma anche della teologia morale, che si trova di fronte all’affermazione del papa per cui non esiste più una norma fissa rigidamente applicabile a tutti i casi. Il che significa discernimento indispensabile per valutare “caso per caso” che misura la maturità di tante coppie ferite, fino a capire se e quando dopo un percorso di penitenza, di preghiera, di conversione, sono pronte ad accogliere quella straordinaria medicina per i malati che è l’Eucarestia. Il “caso per caso” non coincide in modo relativistico con un’etica della situazione; piuttosto richiede la saggia capacità di incarnazione e discernimento.

UNA TEOLOGIA SEMPRE IN ASCOLTO, IN GINOCCHIO - L’esortazione Amoris Laetitia è un testo lungo scritto con linguaggio semplice e creativo, non rinuncia a nulla della tradizione ma tutto viene reinterpretato. La si potrebbe definire un’ermeneutica della teologia della famiglia nella postmodernità. Accogliere, accompagnare-discernere-integrare l’amore fragile è il file rouge di questo documento, che rinuncia all’elencazione della norma e delle eventuali sanzioni. La realtà postmoderna non si lascia sistemare; ecco perché era necessario un documento di teologia incompiuta e in ginocchio. Francesco ci ricorda che come il Sinodo ha deciso di non modificare le regole canoniche, così il Papa per le situazioni particolari non autorizza in alcun modo una prassi generalizzata di accesso alla comunione sacramentale per i divorziati risposati (Cfr. AL 300). Ma, ed è il nucleo centrale della teologia incompiuta e in ginocchio, al n. 304 dell’esortazione, si afferma che «le norme generali non possono abbracciare tutte le situazioni particolari». È qui che si sviluppa la teologia incompiuta e in ginocchio di Bergoglio, quando mette al centro il tema della misericordia. Il paradigma della misericordia richiede di integrare tutti perché “nessuno può dire il mio matrimonio va bene”. È invece chiaro l’intento dell’esortazione: aiutare la persona perché possa tornare alla vita piena di Gesù. «La pienezza è quell’attrazione che Dio mette nel cuore di ciascuno di noi affinché ci dirigiamo verso ciò che ci rende più liberi. (...) La pienezza e il limite sono in tensione tra loro. Nessuno dei due va negato. Né l’una deve assorbire l’altro. Vivere questa tensione continua tra la pienezza e il limite favorisce il cammino dei cittadini». Dobbiamo infatti accompagnare la città dell’uomo come è realmente. Per far questo occorre abbandonare le rigidità dottrinali pur senza abbandonare la norma, per riconoscere il primato della persona e la centralità della coscienza che deve essere coinvolta nella prassi della Chiesa (Cfr. AL 303). Quindi, ne va incoraggiata la maturazione, accompagnandola ad un discernimento sempre più responsabile (Cfr. AL 303), con misericordia e pazienza lungo le possibili tappe di crescita verso il bene possibile (Cfr. AL 308).

Non dunque l’idea, ma la persona al centro. Una svolta nel linguaggio e nell’ approccio personalistico più che di contenuti, che potrebbe scontentare tutti: sia i progressisti sul tema del gender o sull’omosessualità o sull’utero in affitto, sia i conservatori che non mancheranno di tirare la giacchetta a loro favore affermando che nulla è cambiato, dimostrando di non essere in grado di comprendere fino in fondo o di non voler vedere, la profonda novità del processo d’inculturazione che l’esortazione ha aperto, senza più possibilità di ritorno. La logica dell’esclusione va superata con la logica dell’accoglienza, la sessualità matrimoniale è dono, non sempre deve essere necessariamente procreativa (Cfr. AL 42), e la dottrina va sempre interpretata nelle situazioni concrete confermando il primato della persona sulla legge, il primato del soggetto sull’oggettività della norma e non sulla norma. Amoris Laetitia allora è molto più che uno strumento di pastorale. Essa offre un metodo per affrontare, come Chiesa, tutte le questioni nodali della nostra società. Così l’ambiente, così il lavoro, così l’economia. Non essere schiavi della regola, ma accogliere il Vangelo con la testa e il cuore per arrivare alle persone e accompagnarle verso la salvezza. Il processo di riforma della Chiesa non può prescindere dalla sua prima casa, la famiglia, e dalla famiglia, con metodo, toccare tutti i gangli della società. Papa Francesco affida alle famiglie il compito di tracciare la strada. Non una rivoluzione, non una riforma, ma una riscoperta di senso. Il vero obiettivo di un Sinodo che, oggi, lascia intravedere i suoi primi e preziosi effetti.

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